15/03/2009

Afrofuturismo, Il Movimento Della Diaspora Africana

L'esperienza del popolo nero rappresentata con la scienza, la tecnologia e la fantascienza. È questo il concetto su cui si basa il movimento dell'Afrofuturismo. Nato nel contesto urbano afroamericano dell'ultimo decennio, questo movimento artistico e culturale è condiviso da musicisti, scrittori, ricercatori, dj e intellettuali afro-americani. L'intento è dare una prospettiva ad una condizione "di mezzo", risultato di un passato di schiavitù e di segregazione razziale, ed immaginare il futuro di una rinnovata coscienza nera.

Le origini

La musica è la prerogativa essenziale. È nei Jazz Club di Harlem, infatti, che negli anni '20 e '30 viene rivelata, da W.E.B. Du Bois, la "doppia coscienza" del popolo nero e delle sue origini nell'Africa. Lo stesso Du Bois sarà naturalizzato cittadino del Ghana e morirà ad Accra.

Dalla nuova consapevolezza nascono l'arte e i club urbani degli anni '40 e '50, dove si suona il Bebop ed il Blues. Saranno il Soul e la Dance music degli anni '60 e '70', precursori della musica elettronica nera, a catalizzare l'identità di un pubblico appartenente a una classe di emarginati che si riunisce nella sottocultura dei club. In seguito negli anni '80 e '90, la scena Hip hop e i raduni techno aprono al pubblico di bianchi, anche oltre continente.

È in questo contesto che, nel 1994, nasce la definizione "Afrofuturismo". Il saggio intitolato "Black to the Future: Afro-Futurism 1.0", del critico Mark Dery, più che una definizione è un interrogativo: "Perchè così pochi scrittori afroamericani scrivono fantascienza, un genere in cui l'incontro ravvicinato con l'Altro - lo straniero in terra straniera - sembra particolarmente adatto al contesto degli autori afroamericani?". La stessa condizione del genere fantascientifico, ghettizzato e declassato dalla critica come sottocultura letteraria, riflette la condizione sociale dei neri.

I temi

La fantascienza, quindi, si presta come metafora per la condizione afro-americana e confluisce nella produzione musicale in modi che si dichiarano afrofuturisti.

Il robot, allora, è lo schiavo deportato e oppresso da un bianco alieno, rapitore ed oppressore. L'astronave è la nave negriera che solca un cosmo, l'oceano Atlantico, verso il pianeta alieno America dove si terranno gli esperimenti schiavitù e segregazione. La Forza, è quella invisible e tenace della sottomissione.

Il punto di contatto tra la fantascienza nera e la musica elettronica nera consiste nell'esperienza di avere già vissuto l'Apocalisse: scrittori come Delany o Butler narrano di mondi sopravvissuti a una catastrofe e di identità negate. La visione condivisa è che la mancanza di consapevolezza e rispetto, per la cultura e la storia delle radici, sia la causa dello stato sociale dei neri in America.

Il pianeta utopico di Hendrix nel brano "Third Stone From The Sun", la "filosofia cosmica" del Free jazz di Sun Ra e i suoi riferimenti alla mitologia Egizia, "On The Corner" di Miles Davis, Future Shock di Herbie Hancock, Computer Games di George Clinton ed il classico "Planet Rock" di Afrika Bambaataa nascono da un immaginario fatto di videogames, animazione, videoclip, fantascienza e gergo hip-hop. Gli elementi di quel mondo di cui i neri sono i sopravvissuti.

 

“Il robot, allora, è lo schiavo deportato e oppresso da un bianco alieno, rapitore ed oppressore. L'astronave è la nave negriera che solca un cosmo, l'oceano Atlantico”

Questioni di stile. E di classe

La condizione dei discendenti africani non si è evoluta ulteriormente dopo le conquiste degli anni '70. La discriminazione razziale è rimasta un problema determinante. La comunità afro-americana detiene il più alto tasso di disoccupazione, abbandono scolastico e criminalità. Questa condizione di miseria trova riscontro in un passato di schiavitù e di possesso dell'individuo nero da parte dei bianchi.

Non a caso, la sottocultura hip-hop nasce proprio su queste basi e i suoi esponenti appartengono a questo contesto sociale. Lo stile Gangsta Rap, ad esempio, appare come il più "popolare" tra i sottogeneri hip-hop, ed esalta i risvolti di violenza, omofobia, razzismo e materialismo, riflessi riflettono della classe sociale da cui proviene.

Forze d'attrazione

I legami del movimento afrofuturista con le origini africane sono molteplici e si intrecciano in una serie di risvolti sociali e creativi complessi. In primo luogo il concetto di Diaspora Africana, definito dall'Unione Africana come "...costituito da persone di origini africane che vivono al di fuori del continente, a prescindere dalla loro nazionalità e cittadinanza, e che desiderano contribuire allo sviluppo di un continente...".

Il sostrato politico dell'Unione risale all'Organizzazione dei Paesi Africani, voluta negli anni '60 da Osageyfo Kwame Nkrumah, personsaggio carismatico dell'indipendenza e dell'identità panafricana. In secondo luogo, la musica. Notevoli i punti di contatto con l'Afrobeat di Fela Kuti, che confluiscono in una visione afrocentrista.

I titoli, i testi e i temi di artisti come Sun Ra, Lee Perry o Dj Spooky (esponenti di tre stili musicali diversi) sono anch'essi afrocentristi: dai riferimenti all'antico Egitto del primo, alla visione apocalittica del secondo fino al "transumanistico" dj Spooky. Quest'ultimo, inoltre, nel 2003 ha prodotto uno spettacolo tributo all'eredità di Kuti. L'onnipresente hiphop, infine, che tra la varie correnti annovera lo stile Kwaito (recente fusione di musica etnica, techno e house music) nato tra i ghetti di Soweto (e colonna sonora del film "Tsotsi"). In terzo luogo la letteratura. I temi spesso sono metafore per intrecciare l'Africa con le sfide della modernità (ad esempio i personaggi africani del romanzo “Xenogenesis”, dell'autrice Octavia Butler, subiscono esperimenti alieni).

Un'esperimento ancora in corso

L'afrofuturismo è un movimento ancora giovane e in fase di definizione. È il romanzo ancora da ideare, di cui possiamo indicare solo l'ambientazione, l'Africa, e una breve bozza. I personaggi ed il finale sono ancora tutti da sviluppare. Osageyfo.com

Fonte: Article Marketing Italia

Storia Della Cornice

Con l’apparire della pittura in formato ridotto, eseguita su materiali mobili, allo stesso tempo si diffonde l’uso della cornice.
Questa non rappresenta soltanto un accessorio protettivo per i bordi del quadro, ma fin da allora svolge un’importante funzione estetica. Infatti la cornice racchiude in se’ lo spazio ideale ricreato dall’artista nel suo dipinto, separando l’universo statico della pittura da quello reale in continuo movimento. La cornice puo’ essere considerata come una specie di finestra multiforme dalla quale lo spettatore guarda la natura o il mondo soprannaturale creato dall’artista.
La cornice deve essere osservata in stretta relazione con la pittura che contiene, con la quale spesso condivide lo stile, che puo’ essere piu’ o meno adeguato alla cultura circostante.
La cornice era gia’ conosciuta nell’antichita’, ma il suo sviluppo maggiore si ha con la nascita del dipinto su legno durante il medioevo, raffigurante principalmente soggetti sacri per i luoghi di culto, ma anche per uso privato.
L’aspetto della cornice in questo periodo si rifà soprattutto allo stile dell’architettura coeva, stilizzando elementi morfologici di finestre, porte o anche facciate di chiese.
Nel Rinascimento si continua a trarre ispirazione dall’architettura, soprattutto con edicole e tabernacoli che si ispirano alle forme classiche.
Le strutture architettoniche rimangono il repertorio base nella composizione delle cornici fino all’inizio del ‘500, quando si assiste alla nascita del dipinto su cavalletto, di piccole dimensioni e di soggetto profano. La cornice comincia così ad acquistare maggiore libertà e fantasia negli elementi ornamentali, che comunque continuano ad attingere da quelli antichi fino alla fine del ‘700. Tuttavia adesso la struttura stessa della cornice non crea più il suddetto rapporto finestra-paesaggio, ma acquista autonomia ed assurge ad una funzione puramente decorativa.
La cornice italiana nel ‘400-‘500, come la pittura, acquista un’importanza enorme in campo artistico internazionale, e spesso viene anche imitata; fin quando verso la metà del ‘600, acquista maggior interesse lo stile francese detto “Luigi XIV”.
Vediamo il diverso sviluppo della cornice e dell’arte corniciaia nelle varie regioni italiane.

In Piemonte la cornice acquista importanza solo intorno al ‘400-‘500, quando le forme delle pale d’altare mostrano interessanti caratteristiche. Si trovano cornici architettoniche con decorazioni a “candelabra”, ma anche cornici dorate.
Durante il periodo manierista (circa 1530-80) si sviluppa un tipo di cornice sormontata da cimase intagliate e colonne scolpite, riviste da motivi originali archittettonici lombardi del ‘400.
Anche nel ‘600 si ritrova qualche esempio interessante che presenta decorazioni con motivi naturalistici.
Nel secolo succesivo si trovano molti affascinanti modelli di cornice che si rifanno allo stile barocco e roccoco’, con uno stile inciso ed accurato, che risente degli influssi d’oltralpe.
Verso la fine del ‘700, nel periodo “Luigi XIV”, assume grande rilievo l’intagliatore Giuseppe Maria Bonzanigo, autore di alcuni fra i piu’ importanti modelli di cornice neoclassica.
Tipica di questo periodo e’ la moda di inserire ricche cornici con ritratti nei grandi specchi sopra i camini.

In Lombardia per tutto il ‘400 non appaiono molti esempi di cornici, forse dovuto alla scarsa diffusione della pittura su tavola in questa zona.
Fino all’inizio del ‘500, rimangono alcuni scarsi modelli che si rifanno alla tradizione tardo gotica e si ritrovano ancora stilemi quattrocenteschi.
A Cremona, verso la seconda metà del secolo XVI, si sviluppa un particolare tipo di cornice da altare, certamente ad opera dei pittori Campi che idearono le cornici che racchiudono i loro stessi quadri dove vengono rielaborati elementi di estrazione classica.
Una caratteristica tipica della cornice Lombarda di questo periodo è l’impiego della lacca nera per sottolineare l’oro applicato sui rilievi più prominenti. Il nero è sempre la nota cromatica basilare delle cornice cosiddetta “guilloché”, che deriva da modelli fiamminghi.
Nella zona bergamasca si diffonde invece un tipo di cornice a carattere eminentemente scultoreo.
Altrettanto significative sono le cornici rococò, ma specialmente quelle neoclassiche di fine ‘700 inizio ‘800 caratterizzate da un intaglio molto preciso, o semplicemente composte da aste a gola sgusciata con all’interno file di palmette intagliate e perline.
In pieno 800, nel periodo Romantico, sussistono interessanti modelli di cornici costruite in legno scuro con intarsi in avorio.

In Veneto l’arte corniciaia ebbe un’importanza assolutamente primaria rispetto alle altre regioni, forse pari soltanto alla Toscana. A Venezia venne anche costituita una particolare corporazione di artigiani che producevano cornici.
I primi esempi risalgono addirittura al ‘200, con esempi su tavolette bizantine alle quali si rialzavano i bordi che poi venivano dorati assieme al dipinto e decorati con figure di santi, creando una particolare unione fra cornice e contenuto della stessa.
Tipiche del ‘300 sono le cornici a “tabernacolo” in stile gotico.
Nel ‘400 la cornice acquista ricchezza negli intagli leggeri delle cimase che vengono poi dorati. Le cornici creano delle edicole traforate che lasciano intravedere i coloro vivaci e che svettano verso l’alto con pinnacoli sfrangiati tipici dell’architettura gotica. Tuttavia gia dalla metà del 400 si contrappongono cornici che presentano modelli architettonici rinascimentali tipicamente razionali. Le incorniciature acquistano un’importanza fondamentale rispetto ai dipinti in quanto divengono struttura portante dell’intero complesso figurativo, infatti il pittore sul dipinto finge una continuazione dello spazio che viene completato dalla superficie stessa della cornice.
All’inizio del ‘500 appare molto caratteristica la cornice ad “ancoretta”, che mostra forme appiattite decorate da tondi e disegni in oro a volte realizzati a bassorilievo con la tecnica della pastiglia, con cimasa lineare e basamento dentellato; altri tipi hanno ai lati semicolonne.
La larga diffusione di questo genere è anche dovuta al costo moderato della tecnica impiegata che sostituisce quella più sofisticata dell’intaglio.
Questi modelli vengono presto sostituiti dal modello detto “Sansovina”, diffusasi in modo straordinario per tutto il ‘500 un po’ in tutte le Regioni. Questa cornice nasce da modelli del celebre architetto Jacopo Tatti detto il Sansovino ed è opera eminentemente scultorea con tipiche forme manieristiche; spesso è in legno naturale, oppure laccata di scuro e lumeggiata ad oro sui profili. Il disegno è caratterizzato da grandi volute baccellate ed unghiate, contrapposte sinuosamente ed intrecciate, costellata di roselline, festoni o teste d’angelo.
Nel ‘600 si trovano ricorrenti le cornici “a bastone” costituite da aste sottili scolpite con festoni di alloro, ai quali sono spesso intercalate figure di putti o uccelli.
Nel ‘700 il gusto si assottiglia in raffinati intagli rococò, alcuni modelli di cornici sono traforati tanto sottilmente da sembrare merletti, con influenze tipicamente francesi.
Molto caratteristico e assai diffuso è il modello di cornice detto “Canaletto” dal nome del celebre pittore, costituita da aste leggermente sagomate e intagliate a bassissimo rilievo al centro con cartelle lisce, mentre agli angoli vi sono radi rametti di fiori.
In questo periodo si diffonde anche un tipo di cornice più povera, costituita da una semplice sagoma decorata e colorata; più elaborato ed elegante il tipo di cornice decorato a cineseria con motivi orientaleggianti in oro su di un fondo a lacca nera o rossa; questo motivo rimane in voga per tutto l’800.

L’arte corniciaia in Liguria non risulta altrettanto ricca e significativa: gli esempi che si conservano si rifanno a modelli fiamminghi, cui si contrappongono altri pezzi rinascimentali.
Nel ‘600 le cornici sviluppano uno stile barocco genovese, denotato da finezza e leggerezza negli intagli.
Nel ‘700 la levità del disegno si accentua quando i raffinati intagli dorati vengono applicati su strutture lisce laccate di nero.
Viene anche molto usata la cornice dipinta, più povera, ma altrettanto elegante e personale.

Anche in Emilia Romagna l’arte corniciaia fu molto fiorente. Già nel 300 abbiamo alcuni esempi stilisticamente autonomi.
L’artigiano corniciaio trae la sua ispirazione dagli intarsiatori di mobili che forniscono modelli di decorazione rinascimentale. Ruolo trainante viene svolto a Bologna dalla Bottega De Marchi, alla quale si attribuisce una cornice quadrata strutturata a cassetta e decorata nella zona piatta interna da fregi intagliati.
Per tutto il ‘500 trovano molta fortuna esempi di corniceria architettonica con motivi decorativi dipinti o realizzati a pastiglia.
Nel secolo successivo il gusto barocco si fa sentire nel bolognese, ma anche nel parmense, dove gli artigiani si mostrano un po’ restii a cedere al nuovo stile e risentono ancoro dello stile architettonico cinquecentesco.
Ai pezzi più sontuosi si affiancano quelli più modesti, come la cornice a cassetta e decorata “a prezzemolo” laccate in nero. Elemento unificante di tutta la regione è il tema dell’intaglio che mostra esuberanti fogliami traforati che si svolgono tramite il supporto di un’asta portante, e che col ‘700 divengono sempre più sottili ghirigori.
Alla fine del secolo si afferma lo stile Neoclassico che presenta  modelli di sobria eleganza.

In Toscana si ha il più vario sviluppo della cornice e dell’arte corniciaia.
Già nel ‘200 si trovano sobri elementi di cornice piatta direttamente applicata ai bordi dei grandi dipinti a fondo oro di Cimabue, Giotto, Duccio coi quali condividono la stessa doratura.
Nel ‘300 si concretizza la forma della cornice a tabernacolo, qui inventata e poi diffusa anche in Europa.
Nel XV secolo in Toscana si ebbe un eccezionale incremento della cornice, quando vennero creati modelli autonomi ed originali che poi fecero scuola. Si consideri che la maggior parte dei disegni per cornici che ancora si conservano sono proprio Toscani.
Tipico esempio della ricca inventiva degli artigiani è l’emergere del cosiddetto “Tondo” che si sviluppa a partire dalla seconda metà del ‘400; si tratta di un modello che trae origine dagli esempi in terracotta invetriata creati da Luca della Robbia. Il tondo è decorato da ricchi festoni di frutta e fiori scolpiti in altorilievo, oppure da semplici baccellature, o elementi architettonici posti ai fianchi di una ricorrente treccia centrale, mentre la struttura ha quasi sempre una sezione molto aggettante.
Altro esempio tipico è quello della cornice-tabernacolo, di semplice concezione architettonica, che ospita dipinti e rilievi in terracotta.
L’uso del tondo continua anche nel ‘500 ma la sua decorazione diviene più plastica, come si può osservare nell’ineguagliabile esempio del “Tondo Doni” di Michelangelo agli Uffizi a Firenze.
Nella seconda metà del secolo tipica è la cornice in legno di noce intagliata con motivi che mostrano un’incredibile fantasia, mentre il materiale viene mantenuto naturale e lumeggiato d’oro sui profili più sporgenti, evidente il contatto con la cornice “Sansovina” veneta.
L’effetto bicolore di legno-oro è creato colorando con terra bolare marrone scuro l’imprimitura in stucco.
Le esuberanti cornici del ‘600 trovano la loro origine nelle botteghe granducali che realizzano nuovi pezzi per i quadri delle collezioni degli Uffizi e Palazzo Pitti. Questi modelli sono caratterizzati da grandi intagli a cartelle e baccelatture aggrovigliate, con varie decorazioni vegetali.
Altri esempi di artigianato granducale sono le cornici in legno di ebano lavorato “guilloché”, con intarsi di pietre policrome. Altri esempi sono in legno di ebano con applicazioni in bronzo dorato.
Nel ‘700 le botteghe producono cornici a passepartout intagliate oppure lisce in legno duro con applicazioni bronzee.

Nel Lazio, che per molti aspetti rappresenta un importante centro culturale, l’arte corniciaia non ha trovato uno sviluppo così significativo come in altre regioni precedentemente descritte.
Nel ‘400 si riscontrano forme provinciali, influenzate da quelle toscane rinascimentali.
Nel XVI secolo si assiste invece ad una ripresa grazie alle cornici dal disegno manierista, con riferimenti all’antichità classica.
Nel secolo successivo, a Roma i modelli di cornici non eccedono mai in intagli troppo esuberanti, ma rimangono sobri e moderati.
Si trovano cornici a cassetta, con aste lisce di ebano (o legno dolce tinteggiato), con moderate strisce di intagli dorati.
Nei pezzi più eleganti si inseriscono impiallacciature di tartaruga, mentre i profili sono a “guilloché” con applicazioni bronzee di derivazione fiamminga, o marmi clorati.
Simile moderazione continua anche nel ‘700 quando si ritrovano lisce e semplicissime cornici a modanature dorate, con fogliette d’acanto e tortiglioni intagliati.
Molto usate sono le cornici a passepartout applicabili su qualsiasi forma di dipinto grazie alle sagome interne che si giustappongono e decorate da fini intagli.

In Campania non si trova un interessante sviluppo della cornice, ed i pochi esempi risentono principalmente dell’influsso fiammingo e catalano.
Nel ‘600 prevale lo stile spagnolo, infatti la regione in quel periodo era una provincia iberica. Questo stile si vede nei sobri modelli ad asta o a cassetta.
In questo periodo diviene famosa la cornice detta “Salvador Rosa”, dal nome del celebre pittore, costituita da sagome lisce alternate ed aggettanti.
Nella prima parte del ‘700 si risente di un’ influenza romana nei modelli di cornice liscia, nera, tirata o argentata in mecca, con piccoli intagli dorati.
Nella seconda metà del secolo si assiste invece ad influssi tipicamente Francesi, soprattutto a Napoli. Nascono così pezzi molto eleganti costituiti da lisce strutture sulle quali si inseriscono ricche cimase ad intagli floreali o nastri intrecciati.
Contemporaneamente al diffondersi della scuola pittorica di Posillipo nell’800, si hanno modelli di cornice molto originali, studiati appositamente dagli stessi artisti per i propri dipinti.

Anche in Puglia ed il Sicilia si ebbe uno sviluppo della cornice molto pacato.
Nella prima, verso la seconda metà del ‘200, vi sono tipi di cornici affini a quelli veneti, cioè rialzi dei bordi delle tavole, dorati con lo stesso oro del fondo, a volte dipinti con figure sacre.
In Sicilia, nel ‘300-‘400 le cornici dei polittici si rifanno a modelli toscani e francesi.  Nel ‘500 e nel ‘600 i ricchi intagli risentono del coevo barocco spagnolo che è caratterizzato da una certa opulenza decorativa, ma di scarsa raffinatezza.

 

Fonte: Article Marketing Italia Autore: Cornici Maselli

Giuseppe Castiglione: uno speciale artista cinese

Se chiedete in Cina di un certo Lang Shining vi diranno che si trattava di un pittore di corte cinese, morto a Pechino nel 1766.

Giuseppe Castiglione era in realtà milanese, partito nel 1714 per la Cina come missionario della Compagnia di Gesù ed entrato nella corte di ben tre imperatori Qing: Kangxi, Yongzheng e Qianlong, quest'ultimo nel 1736. Altri gesuiti prima ebbero un ruolo di rilievo alla corte dei Qing nel campo delle arti visive, dell'architettura, delle scienze e dell'astronomia ma egli venne apprezzato per la sua capacità di mantecare a perfezione le due culture pittoriche, l'arte occidentale e la pittura ad acquerello e china su carta e seta, senza tralasciare gli usi, gusti e costumi orientali. Insegnò loro le tecniche pittoriche occidentali, dall'uso del colore alla prospettiva. Castiglione aveva infatti introdotto il trattato di padre Andrea Pozzo Perspectiva Pictorum et Architectorum, opera che svelò ai cinesi la tecnica dell'illusione della profondità nelle loro opere.

Durante il regno dell'imperatore Qianlong, egli partecipò anche al disegno e alla costruzione dei palazzi occidentali del famoso Giardino della Luminosità perfetta inoltre ritrasse gli imperatori nella loro vita a palazzo, in eventi storici e nella quotidianità. Egli fu capace di prendere il meglio della pittura europea e di quella cinese.

Le sue opere sono state esposte più volte insieme a quelle cinesi e attualmente Giuseppe Castiglione è considerato a tutti gli effetti un artista cinese tanto che nel 2005 è divenuto protagonista di una serie televisiva, Palace Artist, trasmessa dalla CCTV (china central television). Girata in forma di commedia, narra della vita di un gesuita a cui da una parte la Chiesa chiedeva di portare in Cina la religione, dall'altra l'imperatore esigeva l'unione delle due culture artistiche. Sottoposto a forti pressioni si trasformò da missionario occidentale a funzionario di terzo grado della corte imperiale e fu tra i pochi stranieri ad essere insignito di grado di funzionario anche se post mortem - e a ricevere un pomposo funerale per ordine dello stesso imperatore

FONTE: Article-Marketing.eu  -  AUTORE: Vivilacina